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La figlia del boia e il re dei mendicanti

La figlia del boia e il re dei mendicanti in Franklin, TN

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Un giorno del 1662 Jacob Kuisl, boia di Schongau, svuota la farmacia di casa, mette nella sacca oppio, arnica e iperico, e sale sulla prima zattera diretta a Ratisbona. La navigazione sul Danubio si rivela un autentico tormento per Kuisl, abituato ad avere la terraferma sotto i piedi. Il fiume, ingrossato dai temporali, inonda i banchi di ghiaia lungo le rive. Rami e alberi sradicati vorticano nella schiuma bianca, e gorghi e strettoie, tra gole cinte da rocce imponenti, ricordano che i tronchi della zattera possono essere stritolati in un niente. Il boia di Schongau, però, non demorde. Raggiungere Ratisbona è una questione di vita e di morte. Sua sorella minore Lisbeth, che da anni vive nella lontana città imperiale dopo avere sposato un balneatore – Andreas Hofmann, proprietario, appunto, di un bagno pubblico –, è gravemente malata. Stando al marito la protuberanza sull’addome, i dolori atroci e la secrezione nera di cui soffre non concedono di stabilire con certezza quanto tempo le resta. Dopo mille traversie Kuisl giunge a Ratisbona e, con la netta sensazione di essere osservato, si avventura per le strade della città imperiale fino ad arrivare nella dimora del balneatore, dove ha sede anche il suo bagno pubblico. Ciò in cui si imbatte è agghiacciante anche per il cuore duro di un boia. Nell’ultimo cubicolo del bagno, Elisabeth Hofmann e consorte giacciono in una tinozza. Hanno entrambi la testa reclinata all’indietro e gli occhi sgranati; il braccio destro di Lisbeth penzola oltre il bordo della tinozza e qualcosa di denso gocciola come cera sul pavimento dal suo dito indice. Sembrano immersi nel loro stesso sangue, Lisbeth con un taglio alla gola che gli sorride come una seconda bocca, Andreas Hofmann con una ferita al collo così profonda chela testa è quasi staccata dal busto. Kuisl non ha nemmeno il tempo di piangere, che si ritrova circondato da un drappello di cinque guardie comandate da un uomo che gli sguaina la spada contro, si arriccia i baffi e, indicando i due cadaveri, gli dice: «A quanto pare sei proprio nei guai, bavarese». Alla figlia del boia, Magdalena, e a Simon Fronwieser, il suo impavido compagno, spetterà naturalmente il compito di tirare Kuisl fuori dai guai, con l’aiuto di Nathan il Saggio, il re dei mendicanti di Ratisbona, il signore del regno della notte dai denti d’oro. Terzo capitolo di una delle saghe moderne più amate e lette nel mondo, La figlia del boia e il re dei mendicanti è un thriller «ricco di dettagli sul tessuto sociale e sulla struttura del potere politico nella Baviera del XVII secolo» (Publishers Weekly) che parla d’amore, tradimento e vendetta. E che consegna ai lettori un’altra, esaltante avventura dell’impavido boia Jakob Kuisl. «Della Figlia del boia ho amato ogni pagina e ogni colpo di scena. Un romanzo storico di magnifica inventiva e con un protagonista sorprendente: un boia fornito di anima che lotta contro i pregiudizi e i tornaconti politici». Scott Turow «Un romanzo storico magnifico che conduce il lettore in un’altra dimensione, tra superstizioni e follie collettive». Vogue
Un giorno del 1662 Jacob Kuisl, boia di Schongau, svuota la farmacia di casa, mette nella sacca oppio, arnica e iperico, e sale sulla prima zattera diretta a Ratisbona. La navigazione sul Danubio si rivela un autentico tormento per Kuisl, abituato ad avere la terraferma sotto i piedi. Il fiume, ingrossato dai temporali, inonda i banchi di ghiaia lungo le rive. Rami e alberi sradicati vorticano nella schiuma bianca, e gorghi e strettoie, tra gole cinte da rocce imponenti, ricordano che i tronchi della zattera possono essere stritolati in un niente. Il boia di Schongau, però, non demorde. Raggiungere Ratisbona è una questione di vita e di morte. Sua sorella minore Lisbeth, che da anni vive nella lontana città imperiale dopo avere sposato un balneatore – Andreas Hofmann, proprietario, appunto, di un bagno pubblico –, è gravemente malata. Stando al marito la protuberanza sull’addome, i dolori atroci e la secrezione nera di cui soffre non concedono di stabilire con certezza quanto tempo le resta. Dopo mille traversie Kuisl giunge a Ratisbona e, con la netta sensazione di essere osservato, si avventura per le strade della città imperiale fino ad arrivare nella dimora del balneatore, dove ha sede anche il suo bagno pubblico. Ciò in cui si imbatte è agghiacciante anche per il cuore duro di un boia. Nell’ultimo cubicolo del bagno, Elisabeth Hofmann e consorte giacciono in una tinozza. Hanno entrambi la testa reclinata all’indietro e gli occhi sgranati; il braccio destro di Lisbeth penzola oltre il bordo della tinozza e qualcosa di denso gocciola come cera sul pavimento dal suo dito indice. Sembrano immersi nel loro stesso sangue, Lisbeth con un taglio alla gola che gli sorride come una seconda bocca, Andreas Hofmann con una ferita al collo così profonda chela testa è quasi staccata dal busto. Kuisl non ha nemmeno il tempo di piangere, che si ritrova circondato da un drappello di cinque guardie comandate da un uomo che gli sguaina la spada contro, si arriccia i baffi e, indicando i due cadaveri, gli dice: «A quanto pare sei proprio nei guai, bavarese». Alla figlia del boia, Magdalena, e a Simon Fronwieser, il suo impavido compagno, spetterà naturalmente il compito di tirare Kuisl fuori dai guai, con l’aiuto di Nathan il Saggio, il re dei mendicanti di Ratisbona, il signore del regno della notte dai denti d’oro. Terzo capitolo di una delle saghe moderne più amate e lette nel mondo, La figlia del boia e il re dei mendicanti è un thriller «ricco di dettagli sul tessuto sociale e sulla struttura del potere politico nella Baviera del XVII secolo» (Publishers Weekly) che parla d’amore, tradimento e vendetta. E che consegna ai lettori un’altra, esaltante avventura dell’impavido boia Jakob Kuisl. «Della Figlia del boia ho amato ogni pagina e ogni colpo di scena. Un romanzo storico di magnifica inventiva e con un protagonista sorprendente: un boia fornito di anima che lotta contro i pregiudizi e i tornaconti politici». Scott Turow «Un romanzo storico magnifico che conduce il lettore in un’altra dimensione, tra superstizioni e follie collettive». Vogue

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